Il 9 luglio 2026 l’INPS ha presentato il suo Rapporto Annuale, e il titolo che gira e’ quello dei numeri record: 24 milioni di lavoratori, il livello piu’ alto mai registrato, trainato dai contratti a tempo indeterminato. Lo stipendio medio annuo e’ salito a 27.649 euro nel 2025, in crescita del 3,6% sull’anno prima.
Fin qui la buona notizia. Ma sotto la superficie c’e’ un dato che chi ha dipendenti farebbe bene a leggere con attenzione, perche’ cambia il modo di ragionare su come si trattengono le persone.
Il numero che conta: il lordo non ha recuperato l’inflazione
Dal 2019 al 2025 le retribuzioni lorde sono cresciute del 14,5%. Nello stesso periodo l’inflazione e’ stata tra il 18,2% e il 20,5%, a seconda dell’indice usato. Tradotto: in termini di potere d’acquisto, la busta paga lorda ha perso terreno.
C’e’ un correttivo importante: le retribuzioni nette sono cresciute del 19,2%, quasi allineandosi all’inflazione. Ma quel recupero non arriva da aumenti contrattuali: arriva soprattutto da detrazioni ed esoneri contributivi decisi a livello nazionale negli ultimi anni. In altre parole, cio’ che ha tenuto il netto vicino all’inflazione e’ stato in buona parte il fisco, non l’aumento lordo.
Lordo e netto raccontano due storie diverse: il primo ha perso contro l'inflazione, il secondo ha quasi tenuto grazie a esoneri e detrazioni.
Cosa significa per una PMI che vuole trattenere le persone
Qui sta il punto pratico. Se il salario reale ristagna per quasi tutti, l’aumento in busta paga diventa meno decisivo di un tempo per legare a te un collaboratore: un incremento lordo modesto viene in buona parte eroso dal fisco e dall’inflazione, e la persona lo percepisce a fatica. Non significa che gli stipendi non contino — contano, eccome — ma che, a parita’ di budget limitato, mettere tutto sull’aumento lordo e’ spesso la scelta meno efficiente.
Il rapporto aggiunge un secondo segnale: il terziario traina l’occupazione, ma con contratti piu’ intermittenti e retribuzioni piu’ basse, mentre l’industria continua a pesare di meno (dal 43% del 2007 al 33% del 2025). Per molte piccole imprese di servizi questo significa competere per le stesse persone in un mercato dove la paga da sola difficilmente fa la differenza.
Le leve oltre lo stipendio
Non e’ un invito a pagare meno: e’ un invito a completare la retribuzione con cio’ che il denaro secco non compra e che il fisco non erode.
- Welfare aziendale defiscalizzato. Buoni pasto, rimborsi, servizi: strumenti che arrivano al dipendente senza il carico fiscale di un aumento lordo. Valuta con il tuo consulente del lavoro cosa e’ applicabile alla tua realta’.
- Flessibilita’ e prevedibilita’. Orari piu’ gestibili, turni comunicati in anticipo, possibilita’ di conciliare vita e lavoro: nei servizi contano spesso quanto la paga.
- Percorso di crescita chiaro. Sapere dove si puo’ arrivare e con quali passaggi trattiene piu’ di un aumento una tantum, soprattutto i piu’ giovani.
- Riconoscimento e clima. La ragione numero uno per cui si lascia una piccola impresa raramente e’ solo lo stipendio: e’ come ci si sente trattati.
Il mercato del lavoro e' pieno ma i salari reali sono fermi: la competizione si sposta sulla qualita' dell'esperienza di lavoro.
Il punto per chi fa impresa
Il datore di lavoro non puo’ correggere l’inflazione nazionale ne’ i rinnovi contrattuali. Puo’ pero’ decidere dove mettere le risorse che ha. Il Rapporto INPS 2026 dice, in filigrana, che l’aumento lordo da solo e’ un’arma spuntata: rende poco a chi lo riceve e costa molto a chi lo paga. Chi vuole trattenere le persone valide farebbe bene a ragionare sul pacchetto complessivo — retribuzione, welfare, flessibilita’, crescita, rispetto — perche’ e’ li’ che oggi si gioca la fedelta’, ed e’ il terreno dove una PMI ben gestita puo’ competere davvero.