L’Istat ha pubblicato oggi i dati sui contratti collettivi e sulle retribuzioni contrattuali del secondo trimestre 2026. Il titolo del giorno è che i salari da contratto crescono meno dell’inflazione: più 2,5% contro un più 3,0%.
È la prima volta dopo dieci trimestri consecutivi in cui accadeva il contrario. Due anni e mezzo in cui i rinnovi correvano davanti ai prezzi si chiudono qui.
Letto dal lato di chi le buste paga le paga, il dato dice una cosa diversa da quella che leggerai sui giornali.
Quello che il dato dice davvero a un’impresa
La crescita del 2,3% nel settore privato è la voce che entra nei tuoi conti. È un aumento contenuto rispetto ai due anni precedenti, e arriva in un momento in cui altri costi — energia, carburanti, logistica — stanno tirando nella direzione opposta.
Questo è il pezzo di buona notizia, ed è reale: sul costo del lavoro contrattuale, per un trimestre, la pressione si è allentata.
Il problema è che non è finita lì.
Le retribuzioni orarie contrattuali crescono del 2,5% su base tendenziale: 2,3% nel settore privato e 2,7% nella pubblica amministrazione. L'inflazione dello stesso periodo è al 3,0%. È la prima inversione dopo dieci trimestri consecutivi in cui la crescita salariale contrattuale superava quella dei prezzi. A fine giugno 2026 risultano in vigore per la parte economica 50 contratti collettivi, che coprono circa 9,1 milioni di dipendenti pari al 67,3% del monte retributivo complessivo: la copertura è dell'87,5% nel settore privato e dello 0% nella pubblica amministrazione, dove tutti i contratti risultano scaduti.
I 25 contratti che non sono ancora arrivati
Alla fine di giugno risultano 25 contratti collettivi in attesa di rinnovo, per circa 3,9 milioni di lavoratori. La quota più grossa è pubblica: 2,8 milioni. Ma 1,1 milioni sono dipendenti privati, cioè il 10,7% del totale del settore.
Se sei tra i datori di lavoro che applicano uno di quei contratti, il tuo costo del lavoro non è quello che vedi oggi in busta paga. È quello che vedrai il giorno della firma, arretrati compresi.
Il numero che è stato raccontato male
Sul tempo medio di attesa per i rinnovi, oggi si legge ovunque che è sceso da 24,9 a 17,9 mesi in un anno. È vero, ma quel dato aggrega pubblico e privato, e il calo lo produce quasi tutto la pubblica amministrazione, dove l’attesa è passata da 34,4 a 18 mesi.
Nel settore privato è successo il contrario: l’attesa media è salita da 15,6 a 17,7 mesi.
Per un’impresa privata, quindi, la lettura corretta non è “i rinnovi arrivano prima”. È: i rinnovi stanno arrivando più tardi di un anno fa, e ogni mese di ritardo è un mese in più di arretrato che si accumula.
Il tempo medio di attesa per il rinnovo dei contratti collettivi scende complessivamente da 24,9 mesi di giugno 2025 a 17,9 mesi di giugno 2026, ma la dinamica è opposta nei due comparti. Nella pubblica amministrazione l'attesa crolla da 34,4 a 18 mesi. Nel settore privato sale invece da 15,6 a 17,7 mesi. Per un'impresa privata con un contratto scaduto significa che, in media, il rinnovo arriva più tardi di quanto arrivasse un anno fa, e che la quota di arretrato maturata alla firma è di conseguenza più alta.
Dove gli aumenti sono già arrivati
La media nasconde differenze molto ampie fra settori. Le crescite più forti nel trimestre sono in igiene ambientale (+5,7%) e nel comparto gas-acqua e chimica (+5,2%). All’estremo opposto, le farmacie private registrano crescita zero.
Il dato è utile per due ragioni pratiche. La prima: se lavori in un settore che ha già rinnovato in alto, il tuo costo è salito e la tregua di cui parla il dato aggregato non ti riguarda. La seconda: se compri servizi da un settore che ha rinnovato in alto — pulizie, smaltimento, logistica — i rincari sui preventivi che stai ricevendo hanno un’origine contrattuale, non commerciale. Discutere il prezzo con quell’informazione in mano è diverso.
Cosa fare questa settimana
Tre cose, tutte breve raggio.
Verifica se il tuo CCNL è tra quelli scaduti. Non è un’informazione ovvia: molti imprenditori scoprono la scadenza quando arriva la circolare del consulente. Basta una domanda al consulente del lavoro, e vale la pena farla adesso che gli studi sono più liberi di quanto saranno a settembre.
Se è scaduto, apri un accantonamento. Anche stimato per difetto. Il riferimento ragionevole è la crescita media del settore privato applicata ai mesi trascorsi dalla scadenza, contributi inclusi. Meglio una stima prudente in bilancio che una certezza in cassa fra otto mesi.
Non usare questo dato per rinviare gli aumenti individuali. Il fatto che i salari contrattuali crescano meno dei prezzi significa che i tuoi dipendenti stanno perdendo potere d’acquisto adesso. In un mercato del lavoro in cui i profili tecnici restano difficili da sostituire, la persona che se ne va per duecento euro costa molto più di duecento euro.
In breve
Nel secondo trimestre 2026 le retribuzioni contrattuali crescono del 2,5% contro un’inflazione al 3,0%: prima inversione dopo dieci trimestri. Nel settore privato l’aumento è del 2,3%.
Restano 25 contratti da rinnovare per 3,9 milioni di lavoratori, di cui 1,1 milioni nel privato. E nel settore privato l’attesa media del rinnovo si è allungata da 15,6 a 17,7 mesi, in controtendenza rispetto al dato aggregato.
Tradotto: la pressione sul costo del lavoro si è allentata questo trimestre, ma per chi applica un contratto scaduto è una tregua a debito. L’arretrato si sta accumulando comunque — l’unica scelta che hai è se accantonarlo o subirlo.