Per la prima volta dal 2018, Google ha riscritto i Termini di Servizio di Google Ads. Le nuove condizioni entrano in vigore il 1 luglio 2026 e toccano due aspetti molto diversi tra loro: come la piattaforma puo’ usare i dati che le fornite, e come si risolvono eventuali controversie. Per chi gestisce campagne dall’Italia, una parte conta molto e una molto meno. Conviene saperlo per non firmare a scatola chiusa.
La parte che riguarda tutti: cosa fanno i vostri input
I nuovi termini chiariscono in modo esplicito che gli input forniti dall’inserzionista possono essere usati attraverso le funzioni di Google Ads per “migliorarne le performance”. Tradotto: il testo che digitate, gli URL delle landing page, le richieste che scrivete agli strumenti conversazionali della piattaforma (gli assistenti tipo “Ads Advisor”) diventano materiale che il sistema puo’ impiegare.
Non e’ di per se’ uno scandalo: e’ il funzionamento normale di strumenti che imparano da cio’ che ricevono. Ma diventa una questione di igiene dei dati. Se in un campo di prompt incollate nomi di clienti, dati di vendita riservati, naming di prodotti non ancora lanciati o URL di pagine private, state passando quelle informazioni dentro il sistema. La regola pratica e’ semplice: trattare gli strumenti AI di Google Ads come una stanza non riservata.
Prima di scrivere qualcosa in un campo di prompt o in un assistente di Google Ads, vale la domanda: lo direi a un fornitore esterno? Se la risposta e' no (dati clienti, margini, lanci futuri, URL riservati), non va incollato. I nuovi termini rendono questa cautela una pratica da mettere nero su bianco per chi gestisce le campagne.
La parte soprattutto americana: arbitrato e opt-out di 30 giorni
Il secondo blocco di novita’ riguarda la risoluzione delle controversie. I termini passano alle regole della American Arbitration Association, consentono l’arbitrato nella propria contea (negli USA), aprono allo small claims court per le dispute minori e introducono la cosiddetta batch arbitration quando vengono presentate 25 o piu’ richieste simili. Soprattutto, prevedono una finestra per fare opt-out dalla clausola di arbitrato: un modulo web da compilare entro 30 giorni dal 1 luglio 2026. Chi non lo fa entro il termine resta vincolato all’arbitrato; chi fa opt-out conserva il diritto di portare le controversie davanti a un giudice.
Va detto con chiarezza: questa parte ha effetto pieno nella giurisdizione statunitense. Per un inserzionista italiano l’impatto pratico e’ molto piu’ limitato, perche’ i rapporti contrattuali e il foro competente seguono logiche europee. Resta comunque una scelta da fare consapevolmente, soprattutto per chi opera anche negli Stati Uniti o ha l’account intestato a un’entita’ USA: in quel caso, valutare l’opt-out entro i 30 giorni e’ una decisione concreta, non un dettaglio legale da ignorare.
Dal 1 luglio 2026, chi vuole conservare il diritto di portare in tribunale eventuali controversie con Google Ads ha 30 giorni per fare opt-out dalla clausola di arbitrato tramite modulo web. Scaduto il termine, si e' vincolati. Rilevante soprattutto per account con esposizione negli Stati Uniti.
Fonte: Search Engine Land, Search Engine Roundtable, PPC Land — giugno 2026
In breve
Due novita’, due livelli di urgenza. Per tutti, da subito: scrivere una regola interna su cosa non va incollato negli strumenti e negli assistenti AI di Google Ads, e farla conoscere a chi gestisce le campagne. Per chi ha esposizione negli Stati Uniti, entro 30 giorni dal 1 luglio: decidere se sfruttare la finestra di opt-out dall’arbitrato. Per una PMI italiana che investe in advertising, il primo punto e’ quello che conta davvero, ed e’ anche il piu’ semplice da mettere in pratica.