Da giugno, Google ha esteso anche alla Ricerca una policy che finora pesava soprattutto su YouTube: il “Limited Ad Serving”, cioè la limitazione di quante volte gli annunci di un inserzionista possono comparire quando Google lo considera “non qualificato”. Detto in modo diretto: ora, su Search, anche un account perfettamente pagante può vedersi ridurre la copertura se gli utenti reagiscono male ai suoi annunci. È un cambiamento silenzioso ma importante, perché sposta una parte del controllo dalle offerte alla reputazione.
Cosa cambia, in concreto
Il meccanismo non è un blocco né una sanzione: è una limitazione della frequenza con cui gli annunci possono apparire, applicata a ricerche giudicate più a rischio di esperienza negativa. Il segnale che lo attiva è esplicito nella documentazione di Google: quando gli utenti segnalano in modo persistente e sproporzionato che i contenuti, i prodotti o i comportamenti di un inserzionista non corrispondono alle aspettative, Google può considerarlo non qualificato e ridurne le impression.
Il rollout è graduale, indicato fino al 2028. Non è quindi un interruttore che scatta dall’oggi al domani, ma una direzione di marcia che vale la pena recepire subito.
Da giugno 2026 la limitazione delle impression per advertiser 'non qualificati' arriva anche sulla Ricerca, dove prima pesava soprattutto su YouTube. Rollout graduale fino al 2028.
Fonte: Google Ads Help, Search Engine Land, Search Engine Roundtable — giugno 2026
Chi è davvero più esposto
Una PMI seria che fa pubblicità onesta non deve allarmarsi. Ma è utile sapere chi, secondo Google, finisce più facilmente nel mirino:
- Gli advertiser nuovi, che non hanno ancora una storia di feedback positivi.
- Chi raccoglie feedback negativi persistenti dagli utenti sui propri annunci, prodotti o comportamenti.
- Chi non comunica chiaramente la propria identità negli annunci: brand poco riconoscibili, messaggi generici, mittenti poco trasparenti.
Il filo comune è che Google prende molto sul serio le segnalazioni degli utenti. Non è (solo) una questione di qualità tecnica dell’annuncio: è come le persone reagiscono a ciò che vedono e a ciò che trovano dopo il clic.
Prima il modello mentale era semplice: offerta più alta e annuncio rilevante, più visibilità. Ora si aggiunge una terza variabile, la reputazione: se gli utenti segnalano ripetutamente esperienze deludenti, Google riduce la frequenza con cui i tuoi annunci compaiono, a prescindere dal budget.
Cosa fare, in concreto
- Rendi chiara la tua identità. Negli annunci usa il nome del brand e il dominio in modo riconoscibile; in Google Ads tieni in evidenza un titolo con il nome dell’attività. Un inserzionista identificabile è più difficile da percepire come ingannevole.
- Allinea promessa e landing. Gran parte dei reclami nasce dallo scarto tra ciò che l’annuncio promette e ciò che l’utente trova sulla pagina. Coerenza tra messaggio, prezzo e contenuto della landing riduce il feedback negativo.
- Evita i messaggi troppo generici o sensazionalistici. Le formule vaghe o le promesse esagerate aumentano la delusione post-clic, che è esattamente il segnale che innesca la limitazione.
- Monitora i feedback. Recensioni, reclami e segnalazioni non sono solo reputazione “social”: diventano un input che incide sulla visibilità a pagamento.
In breve
Google ha esteso a giugno la policy Limited Ad Serving anche alla Ricerca: limita la frequenza degli annunci degli advertiser ritenuti non qualificati, con i reclami persistenti degli utenti come segnale chiave e un rollout graduale fino al 2028. Per le PMI il messaggio è chiaro: nelle campagne Search non basta più ottimizzare offerte e parole chiave — contano identità chiara, coerenza tra annuncio e landing e gestione dei feedback. È igiene dell’account, da curare prima che la limitazione diventi visibile sui risultati.