Un annuncio arrivato oggi da Washington disegna un calendario che la filiera farmaceutica italiana farebbe bene a stampare e appendere in ufficio: dal 1° agosto i farmaci generici entrano negli Stati Uniti a dazio zero, ma solo per due anni. Dal terzo anno il dazio sale al 100%, dagli anni successivi al 200%. L’obiettivo dichiarato è spingere le aziende a produrre negli USA, penalizzando chi non costruisce impianti entro i termini. I farmaci di marca e brevettati restano fuori: per loro la normativa non cambia.
Cosa è stato deciso, in numeri
La struttura annunciata è a scalini: 0% per i primi 24 mesi dal 1° agosto 2026, 100% il terzo anno, 200% dal quarto in poi. Non è un dazio immediato: è un conto alla rovescia, pensato per dare alle multinazionali il tempo di spostare la produzione oltreoceano.
C’è però un punto aperto, e non è un dettaglio: secondo LaPresse, la Commissione europea contesta la misura richiamando l’esenzione allo 0% sui farmaci concordata nell’intesa commerciale UE-USA. Trattandosi di un annuncio politico, i dettagli attuativi potrebbero cambiare — in meglio o in peggio — con il negoziato.
La struttura annunciata è a scalini: dazio zero dal 1° agosto 2026 per due anni, poi 100% il terzo anno e 200% dai successivi. Per chi esporta generici o lavora nella filiera, la pianificazione commerciale USA va rifatta su questo calendario.
Fonte: ANSA, LaPresse — 22 luglio 2026
Perché riguarda anche imprese che non hanno mai visto una dogana USA
La farmaceutica è uno dei primi settori dell’export italiano, e attorno ai grandi nomi lavora una filiera fatta in buona parte di PMI: produzione conto terzi (CDMO), principi attivi e chimica fine, packaging e astucci, etichette, macchinari e manutenzione. Quando il committente rivede i piani sul mercato USA, l’onda arriva su tutta la catena: volumi, commesse, investimenti.
Il meccanismo a scalini produce due effetti opposti che conviene capire subito. Nei prossimi 24 mesi, chi vende generici negli USA ha un incentivo ad accelerare: ordini anticipati, scorte oltreoceano, contratti chiusi dentro la finestra. Dopo, salvo esiti diversi del negoziato UE, il mercato si chiude per chi produce fuori dagli USA — o si sposta dentro, con tutto ciò che significa per i fornitori europei.
Nei primi 24 mesi l'export di generici verso gli USA conviene più di prima: dazio zero e domanda che anticipa gli acquisti. Dopo, il dazio al 100-200% ribalta la convenienza, salvo esiti diversi del negoziato UE. Le decisioni di filiera — capacità, contratti, scorte — vanno prese dentro la finestra.
Le 3 mosse per chi lavora nella filiera
- Mappa la tua esposizione reale. Anche se non esporti direttamente: quanta parte del tuo fatturato dipende da clienti che vendono generici negli USA? Una telefonata ai 3 clienti principali per capire i loro piani 2026-2028 vale più di qualsiasi analisi.
- Usa la finestra, non subirla. Se l’export USA c’è, i prossimi 24 mesi sono il momento di consolidare: contratti pluriennali chiusi ora, spedizioni anticipate dove ha senso, magazzino oltreoceano se i volumi lo giustificano. Ogni decisione presa nel 2026 vale doppio rispetto alla stessa presa nel 2028.
- Metti il negoziato UE nel radar. La Commissione rivendica l’esenzione allo 0% concordata: se passasse la linea europea, il quadro cambierebbe di nuovo. Prima di investimenti irreversibili (impianti, delocalizzazioni), conviene aspettare che il braccio di ferro produca un testo, non un annuncio.
In breve
Dal 1° agosto i farmaci generici entrano negli USA a dazio zero per due anni; poi il dazio sale al 100% e quindi al 200%, per spingere la produzione sul suolo americano. La Commissione UE contesta la misura richiamando l’esenzione concordata. Per la filiera farmaceutica italiana — dai produttori conto terzi al packaging — si apre una finestra di 24 mesi in cui pianificare export, contratti e scorte: da usare adesso, tenendo d’occhio il negoziato.