Il 4 agosto, nella stessa seduta che ha chiuso la delega fiscale, il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge che riscrive il decreto legislativo 231/2001, la norma che rende un’impresa responsabile — con sanzioni pecuniarie e interdittive — per i reati commessi da chi ci lavora nel suo interesse.
Nella dichiarazione pubblicata su governo.it il Presidente del Consiglio lo definisce «un provvedimento a costo zero che taglia gli oneri amministrativi a carico delle aziende, soprattutto le più piccole».
Prima di tutto il resto, il punto che conta: oggi non è cambiato niente. È un disegno di legge, deve passare Camera e Senato, e la parte più corposa arriverà con un decreto legislativo che il Governo avrà otto mesi di tempo per scrivere dopo l’entrata in vigore della legge. Se un contratto o un bando ti chiede il Modello 231 adesso, ti serve adesso.
Perché la 231 riguarda anche chi ha dodici dipendenti
Il Modello 231 nasce come materia da grande impresa, ma nella pratica è diventato un requisito d’ingresso: general contractor, stazioni appaltanti, grandi committenti industriali e capofila di filiera lo chiedono ai fornitori. Chi lavora in edilizia, impiantistica, logistica, servizi ambientali o sicurezza se lo è visto comparire nei capitolati senza averlo mai cercato.
Il problema non è mai stato l’obbligo — la 231 non impone a nessuno di adottare un modello — ma il prezzo d’ingresso: analisi dei rischi, protocolli, organismo di vigilanza, formazione, aggiornamenti. Un impianto pensato per un’azienda da trecento persone, venduto a un’azienda da dodici.
Il disegno di legge approvato il 4 agosto affida a un successivo decreto legislativo la revisione del sistema sanzionatorio e del catalogo dei reati presupposto. Prima serve però il via libera di Camera e Senato: nessuna data di entrata in vigore è oggi determinabile.
Fonte: Ordine del giorno del CdM n. 185 del 4 agosto 2026 e ricostruzioni ANCE sul provvedimento
Le tre cose che cambierebbero il conto
Secondo la ricostruzione di ANCE sul provvedimento approvato, sono tre i punti che toccano direttamente una piccola impresa.
Procedure semplificate scritte dal Ministero. Il ddl demanda a un decreto del Ministro della giustizia l’elaborazione di procedure semplificate per l’adozione e l’efficace attuazione del modello nelle PMI. Oggi «semplificato» è una parola che sceglie il consulente; domani sarebbe uno standard riconosciuto. È la differenza tra comprare un vestito su misura e comprare una taglia certificata.
L’onere della prova si sposta. Il meccanismo attuale mette l’impresa nella posizione scomoda di dover dimostrare che il proprio modello era idoneo ed effettivamente attuato. Il ddl eleva la colpa di organizzazione a criterio di imputazione e richiede l’accertamento del nesso causale tra la carenza organizzativa e il reato: in sostanza è l’accusa a dover dimostrare che l’organizzazione era carente, non l’impresa a doversi discolpare.
Rimediare estingue. Vengono ampliate le cause di estinzione dell’illecito, includendo condotte riparatorie successive al fatto; in materia ambientale e tributaria l’illecito si estinguerebbe con l’eliminazione della carenza organizzativa. Sul fronte opposto, per i reati colposi è prevista una presunzione di interesse o vantaggio dell’ente quando l’inosservanza ha prodotto un apprezzabile risparmio di spesa — cioè quando si è risparmiato sulla sicurezza.
Cosa fare lunedì mattina
Dipende da dove ti trovi. Le situazioni sono tre e non vanno confuse.
Hai un obbligo contrattuale in corso — un capitolato, una gara, un committente che ha messo il modello tra i requisiti. Non cambia nulla e non rimandare. La riforma non è legge e nessuna stazione appaltante accetterà «sto aspettando il decreto» come risposta.
Hai un preventivo sul tavolo e stai per firmare. Qui c’è una cosa concreta da fare, e costa solo il tempo di una telefonata: chiedi che l’adeguamento alle future procedure semplificate ministeriali sia incluso nel prezzo, o quantomeno che sia quotato adesso e non a piacere fra un anno. È una clausola normale in qualsiasi contratto di consulenza normativa, e questo è esattamente il momento in cui ha senso pretenderla.
Ci avevi rinunciato per costo. Rimetti la valutazione in calendario, ma su un orizzonte realistico: non prima che il decreto delegato esista. Nel frattempo, se il modello ti serve per accedere a un cliente grande, il conto va rifatto sul cliente, non sulla norma.
Se il modello è richiesto da un contratto o da una gara in essere, la riforma è irrilevante: serve oggi, alle condizioni di oggi. Se invece lo stavi solo valutando, il calendario conta: le procedure semplificate cambiano il costo d'ingresso, ma non prima del decreto delegato. Confondere i due casi è l'unico errore davvero costoso.
C’è poi una cosa che vale a prescindere dall’iter parlamentare. Se la direzione è quella di premiare le condotte riparatorie e di guardare all’organizzazione più che alla carta, allora mettere per iscritto le procedure che già segui — chi firma cosa, chi controlla cosa, come si segnala un problema — smette di essere un adempimento e diventa la prova che l’organizzazione c’era. Non serve un decreto per farlo, e non si butta via in nessuno scenario.
In breve
Il Governo ha avviato una riforma che, se arriverà in fondo, renderà il Modello 231 meno costoso e meno rischioso da adottare per una piccola impresa: procedure semplificate scritte dal Ministero, colpa di organizzazione da dimostrare da parte dell’accusa, più spazio per rimediare. Nulla di tutto questo è in vigore, e chi ha un committente che glielo chiede oggi deve procedere come sempre. L’unica mossa che ha senso adesso è contrattuale: se stai firmando un preventivo di consulenza, fatti scrivere dentro l’aggiornamento alle regole che stanno arrivando, invece di pagarlo due volte.