NASpI anche a chi si dimette per violenze o atti persecutori: cosa deve sapere chi ha dipendenti

Il messaggio INPS del 3 agosto riconosce come giusta causa le dimissioni di chi subisce violenza o stalking, anche fuori dall'ambito lavorativo. Per il datore di lavoro cambia come si qualifica e si gestisce quella cessazione.

Con un messaggio del 3 agosto l’INPS ha chiarito un punto che finora restava in una zona grigia: le dimissioni presentate da chi subisce violenza di genere o atti persecutori possono integrare la giusta causa, e quindi dare accesso alla NASpI. Vale anche quando chi mette in atto quelle condotte non ha nulla a che fare con il posto di lavoro.

La logica è quella: in queste situazioni interrompere il rapporto non è una scelta libera, ma un atto di difesa. Se non è una scelta libera, la disoccupazione che ne deriva è involontaria — e la disoccupazione involontaria ha una tutela.

Il perimetro esatto, perché il diavolo sta lì

Il riconoscimento non è automatico, e questo è il punto che va capito bene per non generare aspettative sbagliate da nessuna delle due parti.

Servono situazioni oggettive e documentate, con un collegamento verificabile tra le condotte subite e l’impossibilità di continuare a lavorare in condizioni di sicurezza. Non basta la dichiarazione: serve che il quadro regga di fronte a una valutazione dell’istituto.

La novità in una riga

Non cambia chi paga — la NASpI resta a carico dell'INPS. Cambia la qualificazione: quelle dimissioni non sono volontarie, e chi le presenta non resta senza rete.

Cosa significa per chi ha dipendenti

Una PMI con qualche dipendente non incontra questa situazione spesso. Ma quando la incontra, la incontra impreparata, e gli errori si fanno nelle prime ore. Tre cose valgono la pena di essere fissate adesso.

  • La qualificazione della cessazione non è un dettaglio burocratico. Registrare come «dimissioni volontarie» una cessazione che è per giusta causa può complicare o ritardare l’accesso alla prestazione per la persona. La causale va concordata con il consulente del lavoro prima di chiudere il rapporto, non dopo.
  • La riservatezza è un obbligo, non una cortesia. Le informazioni di questo tipo sono dati particolarmente delicati. Non circolano tra colleghi, non finiscono in una mail interna «per conoscenza», non si spiegano al resto della squadra. Chi le tratta deve essere il numero minimo di persone possibile.
  • Il resto lo decide l’INPS, non l’azienda. Il datore di lavoro non deve — e non può — valutare se la documentazione è sufficiente o se la situazione «giustifica» le dimissioni. Quel giudizio spetta all’istituto. Il compito dell’azienda è chiudere il rapporto correttamente e non ostacolare.

La parte che non è tecnica

C’è un motivo per cui vale la pena che un imprenditore sappia che questa norma esiste, e non riguarda gli adempimenti.

In un’azienda piccola il titolare è spesso la prima persona a cui una situazione del genere diventa visibile: assenze che non tornano, un rendimento che crolla senza spiegazione, qualcuno che chiede di cambiare orario. Sapere che esiste una via d’uscita che non lascia la persona senza reddito cambia le opzioni sul tavolo — e permette, se mai capita, di dire una cosa concreta invece di non sapere cosa dire.

Contenuto informativo. Non sostituisce la consulenza del professionista abilitato: per l’applicazione al caso concreto rivolgersi al proprio consulente del lavoro.

Fonti consultate

  1. ANSA — Inps, NASpI a chi è costretto a dimettersi per violenze (4 agosto 2026) · press
  2. Il Sole 24 Ore NT+ Lavoro — NASpI anche con dimissioni dovute a violenze di genere · press
  3. Ipsoa — NASpI e dimissioni per giusta causa: tutela estesa a vittime di violenza · secondary
  4. MySolution — INPS chiarisce su dimissioni per violenza e accesso alla NASpI · secondary