C’è un modo molto diffuso di illudersi sull’andamento della propria azienda, e non richiede nessuna malafede: guardare il fatturato.
Oggi, 3 agosto, è uscito l’Industry Forecast di Cerved, ripreso da ANSA e da Radiocor. I titoli si sono concentrati sul PIL — più 0,6% nel 2026 e più 0,4% nel 2027 — che è un numero corretto e per un imprenditore quasi inservibile. Dentro il report ce n’è un altro che invece si applica direttamente al conto economico di chiunque stia leggendo.
Tra il 2025 e il 2027 i ricavi delle imprese italiane cresceranno del 5,2% in termini nominali. In termini reali, cioè al netto dell’inflazione, dello 0,5%.
Cosa significa, in pratica, sul tuo bilancio
Significa che se l’anno prossimo apri il gestionale e vedi il fatturato salito di qualche punto, la reazione corretta non è la soddisfazione: è la verifica.
Quella crescita, in media, non è volume aggiuntivo. È lo stesso lavoro fatturato a prezzi più alti, mentre i tuoi acquisti sono saliti in parallelo. Il fatturato è cresciuto, la quantità di attività reale no, e il margine — che è la cosa da cui si vive — sta dove stava.
La lettura nominale somma quello che hai fatturato: cresce del 5,2% in due anni e si vede subito. La lettura reale toglie l'inflazione e risponde a una domanda diversa, cioè se hai venduto più roba o la stessa a prezzi più alti: cresce dello 0,5%. La distanza tra le due, circa quattro punti e mezzo in due anni, è la parte di crescita che non arriva mai a valle. Nello scenario avverso previsto da Cerved i ricavi reali non si fermano: calano del 2,5%.
Il conto da fare prima del budget 2027 è banale e quasi nessuno lo fa: prendi i ricavi di quest’anno, togli l’aumento medio dei tuoi listini, e confronta il risultato con l’anno scorso. Se il numero che esce è piatto, sai che l’anno prossimo non puoi contare su una crescita che non c’è — e che l’unica leva rimasta è sui costi o sul prezzo, non sul volume.
Il 43,1% riguarda i tuoi clienti, non te
Il secondo dato del report è quello che la stampa ha titolato come «più imprese in area di rischio»: la quota di imprese italiane in area di vulnerabilità o rischio sale dal 42,6% del 2025 al 43,1% nel 2026, e arriverebbe al 44,6% nello scenario peggiore. L’effetto è più marcato in Mezzogiorno e Isole.
Letto come previsione sul proprio destino, è un dato ansiogeno e sostanzialmente inutile. Letto come dato sul mercato in cui vendi, diventa la cosa più operativa del report.
È il motivo per cui vale la pena guardare l’elenco dei settori con occhi diversi da quelli dell’analista. Non «in quale settore conviene entrare», ma quali clienti in portafoglio controllare per primi.
In difficoltà, secondo il report: sistema moda meno 4,5%, logistica e trasporti meno 2,3%, prodotti intermedi meno 2%, sistema casa meno 1,9%, elettrotecnica e informatica meno 1,1%. Scendendo ai micro-settori il quadro si fa più netto: editoria di quotidiani e periodici meno 12,7%, call center meno 12,5%, oreficeria meno 12,1%.
In crescita: energia e utility più 3,5%, servizi immobiliari più 2,6%, informazione e comunicazione più 2,6%, trasporti più 2,1%. Tra i micro-settori corrono costruzioni di infrastrutture e opere di ingegneria civile più 13,9%, industria ferroviaria più 11,7%, sistemi per la difesa più 11,2%.
Il dato che cambia la mappa dell’export
C’è poi un terzo elemento, riportato sempre oggi: secondo Cerved gli Stati Uniti hanno raggiunto la Germania come primo mercato di destinazione dell’export italiano.
Per chi esporta è un cambio di baricentro che merita di essere annotato, e va tenuto insieme a un fatto che questa testata ha già raccontato: l’aliquota media effettiva sull’export europeo verso gli Stati Uniti non è più quella di due anni fa. Il mercato è diventato il primo per dimensione e più caro da servire nello stesso periodo.
Il collegamento tra le due cose va maneggiato con prudenza — il dato Cerved fotografa dove va la merce, non perché — ma la conseguenza operativa regge comunque: se gli Stati Uniti sono diventati il tuo primo mercato di sbocco, la concentrazione del rischio commerciale su un’unica destinazione soggetta a politica tariffaria variabile è una voce che entra nel budget, non un dettaglio di cronaca.
Perché queste sono previsioni e vanno trattate come tali.
Cosa fare lunedì
Rifai il conto dei ricavi in termini reali. Prima di impostare il budget 2027, depura la crescita dall’aumento dei tuoi listini. È un calcolo da mezz’ora che cambia il modo in cui leggi l’anno in corso.
Passa in rassegna i primi dieci clienti per fatturato. Segna quelli che operano nei settori in contrazione — moda, sistema casa, prodotti intermedi, editoria, oreficeria. Non per smettere di venderci, ma per decidere se le condizioni di pagamento che gli concedi oggi sono ancora tarate sul rischio giusto.
Guarda la concentrazione, non solo il totale. Se un solo cliente pesa più del 20% del fatturato e sta in un settore in calo, quello è il numero da tenere d’occhio nei prossimi mesi, più del PIL.
Se esporti negli Stati Uniti, metti a bilancio che è diventato il primo mercato italiano in una fase in cui il costo di accesso è cambiato: vale la pena verificare che il margine su quelle vendite regga ancora dopo i dazi, cliente per cliente.
In breve
Il Cerved Industry Forecast pubblicato il 3 agosto 2026 stima un PIL italiano a più 0,6% nel 2026 e più 0,4% nel 2027, con produzione industriale a più 0,2% e più 0,7%.
Il dato che conta per chi ha un’azienda è però un altro: tra 2025 e 2027 i ricavi crescono del 5,2% nominale ma solo dello 0,5% reale, quindi quasi tutta la crescita di fatturato è inflazione. In parallelo la quota di imprese in area di vulnerabilità o rischio sale al 43,1%, fino al 44,6% nello scenario avverso: è la fotografia dell’affidabilità dei propri clienti, prima che del proprio destino. Infine, gli Stati Uniti hanno raggiunto la Germania come primo mercato dell’export italiano, in una fase in cui servirlo costa più di prima.