Poste Italiane ha chiuso il primo semestre 2026 con 6,8 miliardi di ricavi e un utile netto di 1,2 miliardi, confermando la guidance. Sono numeri record e, dal punto di vista dell’azienda, una buona notizia.
Dentro quei numeri c’è una riga che a un investitore dice poco e a chi spedisce dice tutto. Il segmento Corrispondenza, Pacchi e Distribuzione ha fatto 2 miliardi di ricavi nel semestre, in crescita del 6,4% anno su anno, e il driver indicato esplicitamente per quel miglioramento sono le azioni di repricing. Cioè: il riprezzamento.
Tradotto dal linguaggio di bilancio al linguaggio della tua contabilità: la crescita di quel segmento non arriva solo dall’aver spedito più pacchi. Arriva dall’aver alzato i prezzi. E dall’altro lato di quella riga ci sono le fatture di chi spedisce.
Perché è un’informazione utile e non una polemica
Chiariamolo subito: alzare i prezzi è una scelta d’impresa perfettamente legittima, e un operatore logistico che affronta costi del carburante e del lavoro in crescita fa quello che farebbe qualunque azienda sana. Il problema non è che Poste abbia riprezzato.
Il problema è che la maggior parte delle piccole imprese non sa di quanto.
Non per distrazione: perché il costo di spedizione è una delle voci più difficili da leggere in un bilancino gestionale. Arriva a scaglioni, cambia per fascia di peso, si mescola con supplementi variabili — carburante, zone disagiate, giacenze, riconsegne — e nella percezione del titolare resta un vago «le spedizioni costano più di prima». Quando un fornitore dichiara pubblicamente che la sua crescita viene dal riprezzamento, quel vago diventa un dato. E un dato si può portare al tavolo.
Il calcolo che devi avere in mano prima di rinegoziare
Nessuna trattativa su una tariffa logistica funziona se ti presenti con «mi sembra caro». Funziona se ti presenti con un numero. Il numero è il costo medio reale per spedizione, e si costruisce così.
Prendi gli ultimi sei mesi di fatture del corriere — tutte, non una a campione — e somma tutto quello che hai pagato: non solo la tariffa base, ma i supplementi carburante, le zone extra, le giacenze, le riconsegne, gli eventuali costi di reso, l’assicurazione se c’è. Poi dividi per il numero di spedizioni effettivamente partite nello stesso periodo.
Il risultato quasi sempre sorprende, e sorprende in una direzione: è più alto della tariffa che credevi di pagare. La differenza sta nelle voci accessorie, che nel listino sono note a piè di pagina e in fattura sono soldi.
Tariffa base per fascia di peso: quella la ricordano tutti. Supplemento carburante, calcolato in percentuale sulla tariffa e quindi crescente insieme ad essa. Supplementi per zone remote o isole. Costo delle giacenze quando il destinatario non c'è. Costo delle riconsegne. Gestione dei resi, che nell'e-commerce non è un caso eccezionale ma una percentuale fisiologica del venduto. Sommate, queste voci sono spesso la differenza tra il costo che hai in testa e quello che esce dal conto.
Perché farlo adesso e non a ottobre
Qui c’è una ragione di calendario che vale più di qualunque argomento negoziale.
Da settembre inizia la salita verso l’alta stagione: back to school, poi Black Friday, poi Natale. In quella fase i corrieri hanno la domanda che li cerca, non il contrario, e la disponibilità a discutere gli scaglioni di volume tende a zero. Chi chiede un preventivo alternativo a novembre lo chiede nel momento di massima debolezza contrattuale — e con la fretta addosso, perché intanto deve spedire.
Luglio e agosto sono l’opposto: volumi bassi, reti scariche, commerciali con obiettivi da costruire per il trimestre successivo. È la finestra in cui un piccolo e-commerce ottiene attenzione.
Le tre mosse, in ordine:
- Calcola il tuo costo medio reale con il metodo sopra. Senza questo, il resto non serve.
- Chiedi due preventivi alternativi — un corriere privato e un consolidatore, cioè un operatore che aggrega i volumi di molti piccoli mittenti per ottenere tariffe da grande cliente. È lo strumento pensato esattamente per chi non ha i volumi per contrattare da solo.
- Torna dal fornitore attuale con i numeri. Non per andartene: nella maggior parte dei casi l’obiettivo realistico è ottenere una revisione degli scaglioni di volume o l’eliminazione di qualche voce accessoria. Un fornitore che sa di essere confrontato ragiona diversamente da uno che non lo sa.
Un’ultima riga che vale per la trattativa
Nella stessa semestrale i ricavi di PostePay e dei servizi di pagamento sono cresciuti del 7,3%, arrivando a 860 milioni. Se usi Poste anche come partner per gli incassi — e molti piccoli e-commerce lo fanno — quella riga è una leva: sei un cliente su due fronti, e i due fronti si possono mettere sullo stesso tavolo. Le commissioni di incasso sono una voce negoziabile tanto quanto le tariffe di spedizione, e chi contratta le due cose separatamente rinuncia a metà del proprio peso.
In breve
Poste Italiane ha chiuso il semestre con 6,8 miliardi di ricavi (+6%) e 1,2 miliardi di utile (+4%). Il segmento Corrispondenza, Pacchi e Distribuzione è a 2 miliardi con +6,4%, e il driver dichiarato di quel miglioramento sono le azioni di repricing. Non sono stati annunciati aumenti futuri: il dato riguarda il semestre chiuso. Per chi spedisce l’azione concreta è calcolare il costo medio reale per spedizione sommando sei mesi di fatture comprese le voci accessorie, chiedere due preventivi alternativi — corriere privato e consolidatore — e rinegoziare adesso, in bassa stagione, perché da settembre la domanda si sposta a favore dei corrieri. Chi usa Poste anche per gli incassi può portare in trattativa entrambi i rapporti.