L’ISTAT ha confermato il dato definitivo: a maggio l’inflazione annua in Italia è salita al 3,2%, dal 2,7% di aprile, il livello più alto da otto mesi. Letto così, sembra il segnale di un caro-vita generalizzato. Ma il dettaglio racconta una storia diversa, e per un imprenditore è proprio quel dettaglio a contare.
Il numero che ribalta la lettura
L’inflazione di fondo, calcolata al netto degli energetici e degli alimentari freschi, resta ferma all’1,7%. Significa che il rialzo non viene dalla domanda o dai listini diffusi, ma quasi esclusivamente dall’energia: i prezzi degli energetici non regolamentati sono saliti del 12,5% su base annua (dal 9,6% del mese prima), quelli regolamentati del 5,6%. ISTAT collega la fiammata alle tensioni geopolitiche che hanno spinto i costi dell’energia.
In altre parole: è uno shock di costo concentrato su una singola voce, non un surriscaldamento dell’economia. E questo cambia completamente la mossa giusta per chi gestisce un’attività.
L'inflazione headline a maggio è al 3,2%, ma quella di fondo (al netto di energia e alimentari freschi) è ferma all'1,7%. Il divario dice che il rialzo è tutto energia: energetici non regolamentati +12,5%, regolamentati +5,6%.
Fonte: ISTAT, ING, Reuters — maggio 2026
Perché non è il momento di alzare i listini a pioggia
La tentazione, davanti a un 3,2%, è ritoccare i prezzi in modo generalizzato. Sarebbe un errore: con la domanda ferma e il core all’1,7%, un aumento a pioggia rischia di non essere assorbito dai clienti e di far perdere volumi. Il rincaro è reale, ma è chirurgico: colpisce chi consuma molta energia.
Per una PMI energivora (produzione, logistica e trasporti, food, lavanderie, attività di estetica e benessere, panifici e ristorazione) la voce da presidiare ora è il costo di luce, gas e carburanti, non il listino in blocco. Tre mosse pratiche.
Rivedere i contratti di fornitura energia ora, valutando fisso contro indicizzato e coperture; ricalcolare i prezzi di vendita solo sulle linee a forte incidenza energetica, lasciando ferme quelle a basso consumo; rinegoziare con i fornitori energivori tetti e scaglioni sugli aumenti, prima che li trasferiscano sui prezzi.
La prima: rivedere i contratti di fornitura di energia prima dell’estate, confrontando l’opzione a prezzo fisso con quella indicizzata e valutando eventuali coperture, perché è lì che lo shock entra in azienda. La seconda: ritoccare i prezzi solo dove serve, cioè sulle linee di prodotto o servizio a forte incidenza energetica, lasciando invariate quelle dove l’energia pesa poco; aumentare tutto a prescindere significa regalare margine sui prodotti sbagliati e perdere clienti sugli altri. La terza: con i fornitori a loro volta energivori, negoziare adesso scaglioni e tetti sugli aumenti che inevitabilmente cercheranno di trasferire.
In breve
L’inflazione italiana è risalita al 3,2% a maggio, ma è quasi tutta energia: il fondo resta all’1,7%. Per chi consuma poca energia non è il momento di aumentare i listini; per chi ne consuma molta il fronte da presidiare sono i contratti di fornitura e un ritocco mirato dei prezzi solo sulle linee davvero esposte. La regola è chirurgia, non aumenti a pioggia.