Arriva un’email intestata Interpol. Dice che la tua azienda è coinvolta in un’indagine per attività sospette e ti chiede di aprire un documento per “chiarire la tua posizione”. Il tono è ufficiale, intimidatorio, urgente. È esattamente ciò su cui contano gli aggressori: la ricerca pubblicata il 1 luglio da Bitdefender descrive una campagna che impersona una “Cybercrime Investigation Unit” dell’Interpol per installare un ransomware sui computer delle piccole imprese. Qui non c’è una falla informatica da correggere: la leva è la paura di un’accusa che sembra venire dall’autorità.
Come funziona l’inganno
Il meccanismo è studiato per abbassare le difese in tre passaggi. Primo: l’email accusa il destinatario, così la reazione istintiva diventa “devo dimostrare che non è colpa mia”. Secondo: rimanda a un file ospitato su Proton Drive, un servizio legittimo — questo aggira molti filtri antispam, perché il link non porta a un sito palesemente malevolo. Terzo: il file è un archivio protetto da password (la password è nell’email stessa), un trucco per impedire agli antivirus di analizzarne il contenuto. Dentro c’è un eseguibile camuffato da video: al doppio clic, invece di un filmato, parte la cifratura dei dati.
1) L'accusa: dice che sei sotto indagine, per spingerti ad agire d'impulso. 2) Il link a Proton Drive: un servizio vero, per superare i filtri antispam. 3) L'archivio protetto da password con un finto video: la password serve a impedire il controllo dell'antivirus, non a proteggere te.
A colpire non è una banda famosa: Bitdefender segnala che il ransomware non appartiene a una famiglia nota, ha codice semplice con valori scritti a mano — segno di uno strumento sviluppato su misura. Non c’è un importo di riscatto fisso: le vittime vengono invitate a contattare gli aggressori tramite la messaggistica Tox per “negoziare”, e la cifra viene tarata sulla dimensione dell’azienda e sul valore percepito dei suoi dati. Tradotto: più sembri in grado di pagare, più ti chiedono.
Food e agricoltura, legale, farmaceutico, media, tecnologia e finanza, con vittime in Europa, Asia, Medio Oriente e Nord America. Bersaglio dichiarato: le piccole imprese, spesso prive di un team di sicurezza dedicato.
Fonte: Bitdefender, Infosecurity Magazine — luglio 2026
La difesa non richiede tecnologia
Il punto di forza di questa truffa è anche la sua debolezza: fa leva sulle persone, quindi si ferma con una regola condivisa in ufficio, non con un software. Tre mosse, tutte a costo zero.
La prima: nessuna vera autorità di polizia notifica un’indagine via email con un link a Proton Drive e una password per aprire un file. Le forze dell’ordine usano canali formali; un’accusa che arriva così è, per definizione, sospetta. La seconda: mai aprire archivi protetti da password non richiesti, soprattutto se la password è scritta nel messaggio — è la firma tipica del malware che vuole eludere l’antivirus. La terza, da mettere per iscritto e comunicare a chi apre la posta aziendale: in caso di dubbio non si clicca, si segnala. Una casella condivisa o un referente a cui inoltrare l’email sospetta prima di agire vale più di qualsiasi filtro.
E, come sempre, la rete di sicurezza che regge quando tutto il resto fallisce: backup offline o immutabili, testati, così che una cifratura andata a segno significhi ripartire, non pagare.
In breve
Questa campagna non sfonda una serratura tecnica: convince una persona ad aprire la porta, spaventandola con una finta indagine dell’Interpol. L’email accusa, il link a Proton Drive aggira i filtri, l’archivio protetto da password acceca l’antivirus e il finto video installa un ransomware “su misura”, con riscatto trattato caso per caso. Per una PMI la difesa non è un acquisto ma una consegna al personale: le autorità non mandano indagini via email con allegati protetti da password, gli archivi non richiesti non si aprono e nel dubbio si segnala. Più un backup offline testato, per non trovarsi mai a negoziare.